GRUPPO EXODOS

LA NOSTRA STORIA

Il Gruppo EXODOS è un collettivo di ricerca teatrale e produzione di spettacoli che incentra il proprio lavoro sul tema delle minoranze e della diversità.

Il gruppo si forma come gruppo di lavoro sul training per attori basando la sua ricerca sulle Azioni Fisiche e la relazione. Questa ricerca è il centro del percorso artistico del gruppo cui si affiancano i momenti di produzione di spettacoli.

Diretto dal regista e trainer Luigi Saravo si uniscono al lavoro attori di formazione e provenienza diversa: Doron Kochavi, Claudia Vegliante, Chiara Felici, Mariangeles Torres, Cristian Giammarini, Sonia Barbadoro, Beatrice Valeri, Daniele Santoro, Francesca Dinale, Yonas Aregay.

Dopo un primo anno di approfondimento tecnico e improvvisativo il gruppo decide di lavorare a uno dei temi scottanti della nostra contemporaneità: I fenomeni migratori.
Comincia così un percorso di esplorazioni, prove e approfondimenti che presto si aprono alla relazione con gruppi di migranti clandestini sul territorio romano.

Da qui nasce il progetto Exodos che mette insieme dapprima lo spettacolo Exodos, e poi l’evento Exodos dove sviluppa momenti di interazione tra pubblico e artisti per la realizzazione di happening che seguono lo spettacolo. Nel cast dello spettacolo entrano a fare parte alcuni migranti Africani.

Successivamente il gruppo si dirige verso il tema della Shoah a partire dal lavoro su alcune memorie familiari di uno dei componenti del gruppo, Doron Kochavi, israeliano.
Dal lavoro su questo tema nasce dopo alcuni mesi di ricerche lo spettacolo Mnemosine.

Scoppiata la guerra turco-curda nel novembre 2019 il gruppo, dati i legami con la comunità curda dell’Ararat di Roma, decide di mettere in scena lo spettacolo “Enio, materiali per una terra perduta” a sostegno dei territori del Rojava.

Dopo aver realizzato interventi performativi per contesti di occupazione da parte di immigrati, soprattutto africani, come per lex Penicillina, il Baobab, lex Hotel 4 stelle, realizza i proprio lavoro al Maam, allo Spazio Diamante, al Macro, museo d’arte contemporanea di Roma, e alla Pelanda ex mattatoio

Riconoscimenti:

Premio per la miglior regia e il miglior spettacolo al Festival del Teatro Patologico per “Exodos”.

Premio per la miglior regia e premio del pubblico al festival Indivenire per “Mnemosine”.

Premio per la miglior regia al Roma Fringe Festival per “Enio, materiali per una terra perduta”.

IL NOSTRO METODO

Il lavoro sulle azioni fisiche relazionali che pratichiamo è uno sviluppo dal percorso che il lavoro sulle azioni fisiche ha avuto attraverso il teatro del ‘900, ovvero quello di una ricerca intorno alla comprensione del contenuto affettivo/cognitivo che abita il corpo e all’uso scenico di questa comprensione.
L’azione è il nucleo generativo del lavoro, è la radice del nostro essere nel mondo, in rapporto con esso. È il modo in cui il corpo reagisce al mondo, lo comprende. La relazione è il luogo in cui le azioni si intessono e dialogano tra loro.
Attraverso il lavoro sull’azione si vanno a costruire flussi di azioni e reazioni tra i partner all’interno dei quali prendono forma e si consolidano i percorsi del testo drammaturgico.

Raffinare il lavoro significa ripulirlo dalle pesantezze espressive, dalle idee esterne alla dinamica di scena, dalle attitudini dimostrative, narrative, rappresentative.
Questo lavoro può essere fatto se si identifica il nucleo centrale dei processi interpretativi e nel nostro caso questi sono l’azione e la relazione. Azione e relazione sono elementi integrati, l’azione è il modo attraverso cui il nostro corpo e la nostra voce reagiscono a ciò che il partner sta mettendo in atto.
Ma per centrare il lavoro sulle azioni relazionali è necessario comprendere quali siano i puntelli su cui agganciare il proprio agire: cosa significa ascoltare? Come si sviluppa un’azione? Da dove insorge l’impulso capace di generarla?
Affinare la percezione, sensibilizzare il corpo, sviluppare fiducia nel farsi del momento scenico sono obiettivi delicati e necessari. Da qui, a partire da questo si apre la possibilità di una creatività scenica.

Il lavoro tecnico sulla recitazione, l’approfondimento delle possibilità delle Azioni Fisiche, il modo in cui possono essere reperite, sviluppate, l’analisi del concetto di impulso come momento precursore dell’azione, il significato della relazione tra partner in scena, l’ascolto come allargamento della percezione sensoriale e il raggiungimento di aree di significanza attraverso questa sensorialità, le domande inerenti al rapporto con lo spettatore, la sua funzione all’interno delle dinamiche rappresentative, tutto questo è certamente il centro della ricerca, il punto intorno a cui lavoriamo e il suo luogo è il teatro. Ma questo lavoro, nel senso in cui viene percorso, non può essere definito un fine in sé. Il teatro come comunicazione e rappresentazione non può esserlo. Il teatro e il lavoro che si può fare sui suoi elementi costitutivi, quelli su cui applichiamo le nostre energie è un luogo dove sperimentare il potenziale umano in termini di presenza, sensibilità, percezione, visione del reale. Il teatro può, in questo senso, diventare un luogo dove fare un’esperienza. E credo che sia questo quello che più ci interessa. Fare un’esperienza di sé che significa fare un’esperienza degli altri, del mondo, del rapporto con gli altri e il mondo.
Quest’esperienza esce dai confini del teatro. Affonda nella vita di coloro che cercano. La domanda è: come vivono gli esseri umani? Come pensano? Cosa percepiscono? Cosa sono le emozioni? Cosa è la realtà? Cosa il mondo?
Il teatro può fornire una casa da cui partire per quest’esperienza. Una casa senza mura e senza indirizzo che prende forma ogni volta dove chi pratica quest’esperienza si trova.
Il teatro è un nome che prende molte forme, per noi ha prima di tutto la forma della relazione. Relazione tra esseri umani, tra esseri viventi, tra esseri animati e inanimati e in questa relazione vedere cosa succede, essere presenti ai processi di questa relazione, almeno per qualche istante.

𝐿𝑢𝑖𝑔𝑖 𝑆𝑎𝑟𝑎𝑣𝑜